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I 120 anni della Vita del Popolo

I 120 anni de La Vita del Popolo

ANCHE SULLE STRADE DELL’EMIGRAZIONE

Il settimanale “ La Vita del Popolo” è stato fondato nel 1892 con per “gerente responsabile” Stefano Piccoli e sorto da subito come organo di opinione e informazione della diocesi di Treviso a cadenza settimanale. Nel 1974 nasceva anche il mensile Trevisani nel Mondo come testata dell’associazione omonima. Ma sotto l’ala del ben più consolidato giornale diocesano, 82 anni dopo, allora insediata anch’essa in Casa Toniolo, un’ospitalità che fece nascere una “ fratellanza “ di fondamentale importanza per l’associazione neofita.

Ma è di “ Vita “ che siamo indotti a parlare, in base anche al gong qualificante e longevo dei suoi 120 anni di esistenza che verranno solennemente celebrati presso Casa Toniolo martedì 3 gennaio. Essa, da subito, non ha mai dimenticato la tanta gente che partiva e che, fra i tanti ricordi si portava appresso, c’era anche quello del giornale di famiglia (spesso l’unico) che circolava soprattutto nei filò. Tant’è che, già nel 1895, tre anni dopo la sua nascita, in Rio Grando do Sul in Brasile, arrivavano ben 200 copie, che saranno triplicate in poco tempo. Un giornale, questo, che pubblicava non poca corrispondenza proveniente da chi sapeva scrivere.

 “ Tutte le festa se va a Messa – scriveva  un lettore dal Brasile – e dopo se tiremo in piassa  a lesar la Vita del Popolo, in poco tempo se ingruma tanta xente a scoltar chi che lese a alta vose, parchè tuti vol sentir “ . Ciò, secondo quanto ebbe a scrivere allora don Carmine Fasulo, cappellano fra gli emigranti in Caxias do Sul. 

“ Vita del Popolo” è il settimanale diocesano più “vecchio” del Veneto, con propaggini iniziali che tracimavano gli stessi fogli “ ecclesiastici” come territorio, che si è sempre calato nelle famiglie con tenore confidenziale e amico. Un giornale che ha fatto presa, al punto che gli stessi moltissimi trevigiani che hanno intrapreso le vie del mondo (tanto da costituire “ la diocesi d’oltre confine”) si sono spesso identificati con questa matrice originaria.

Probabilmente alcuni ne sono ancora abbonati, certamente molti ne conservano ancora il ricordo. Vita del Popolo era il più letto organo di informazione dei tempi andati, salvo la diffusione di qualche copia del Gazzettino, Domenica del Corriere, Illustrazione Italiana e Tribuna Illustrata. Il “canale” delle parrocchie era affidabile e produttivo. Nelle stalle passava di mano in mano .

I “morti” erano i più letti e, di solito, la lettura incerta veniva accompagnata con il dito della mano. Alcuni anni fa un anziano emigrante incrociato nelle colline del Paranà, mi fece scherzosamente una domanda che lì per lì mi sorprese, sia per la memorizzazione che per la precisione: “ Scriveo ancora paron Stefano Massariotto par la vita del Popolo ?”. E fortuna volle che, quel fiero interlocutore mi trovasse abbastanza preparato, tanto da commentare con cognizione di causa e senza spiazzarmi nel tempo, che questa illustre firma apparteneva da decenni al mondo dei più, ma che aveva lasciato un grande segno del  suo coraggio nel mettere sotto accusa la piaga dello sfruttamento e della sopraffazione che imperversava nel mondo contadino di allora. Lo faceva con linguaggio popolaresco “ Mi scrivo par le stale e non par i gabinetti delle dame..”, così si presentava questo personaggio popolaresco, che riusciva a catturare l’interesse e a convincere. Di questo abbiamo riso con lo spiritoso trevigiano del lontano e contradditorio Brasile. Ma molte altre sono state le occasioni di riscontro in cui “ Vita” è stata chiamata in causa. Qualcuna per tutte. A Montevideo un imprenditore edile originario di Quinto e un produttore di vini che era partito da Ramon di Loria (quest’ultimo ha ospitato entrambi i vescovi di Treviso, destinando a mò di reliquiario la stanza in cui hanno riposato) si sono lamentati per il ritardo con cui sono raggiunti dal giornale che loro aspettano sempre con ansia e “come un calcossa che me fa tornar zovani, come quando che ierimo al nostro paese”; un pensionato di Toronto che recentemente  mi ha chiesto “ percossa che el Mago Boscariol  dea Vita del Popoeo, che tacaimo sue porte, no ghe xe pì “; e non è bastato rispondere che è stato sostituito dal Schieson Trevisan; oppure quell’anziano paesano di Seraing (Liegi) morto di silicosi contratta in miniera, che mi adorava come un dio semplicemente perché sapeva che collaboravo anche con Vita del Popolo e ogni volta mi incaricava di complimentarmi con il direttore e di salutargli i suoi vecchi amici di Azione Cattolica.

Vita del Popolo era l’unico giornale che pubblicava le foto che le compagnie di navigazione mandavano dei gruppi che partivano per i lidi lontani, con i salvagente che davano visibilità al nome della nave e tanti giovani che andavano verso l’ignoto posando orgogliosi ma con il cuore intriso di sofferenza  lenita da tanti aneliti di speranza.  Ma non basta: è stato il giornale che già da subito ha cominciato ad interessarsi di questi fenomeno umanissimo in maniera appassionata e denunciando chiaramente, con coraggio e cosa per l’epoca, le difficoltà che incontrava la nostra gente nel mondo e i soprusi che venivano perpetrati nei loro confronti dai luoghi che in pratica li avevano forzati alla partenza.

Abbiamo quindi che già nei primi numeri, vi compare un servizio speciale con titolo a tutta pagina (“ l’Emigrazione e il vescovo di Piacenza”) che dà conto che “ domenica 23 corrente al tocco nella chiesa di S. Agnese, addobbata per la circostanza, mons. Giovanbattista Scaalbrini, atteso da un uditorio numeroso e sceltissimo, parlò per circa un’ora sul tema dell’emigrazione …dove si sta smarrendo la fede e il culto degli avi e, fra le estreme miserie, chiamano invano il soccorso di un prete, non potevano lasciare indifferente il suo cuore di Vescovo…”.Nel numero successivo, altro editoriale, in cui sotto il titolo “ Emigrazione” fra l’altro si legge: ” …Molto potrebbero ma niente fanno i proprietari maggiori che – quasi tutti e quasi sempre- vivendo nelle grandi città pongono di mezzo fra sé e i poveri coloni, quella malnata razza di voracissime arpie… che seguono solo il pensiero dei grossi capitali piuttosto a far fruttare il denaro nell’industria e nel commercio invece  di impiegare qualche migliaio di lire a comperare o a rendere più produttivo un fondo…

Scalabrini diventerà un mito nel mondo dell’emigrazione e poi anche un Santo, “Vita “ può dire di esserne stata anche suo “ profeta”. Ad alcuni di questi aspetti, fa riferimento anche la tesi di licenza in teologia pastorale sul tema “ La prima grande emigrazione e la Chiesa di Treviso “ conseguita (“summa cun laude”) da mons. Canuto Toso  presso l’istituto di Teologia Accademica di Bologna negli anni 97/98. Lo stesso sacerdote diocesano che, sparviero solitario nelle contrade del Mondo, seminerà quel fiore che (dal 1973) si chiamerà Associazione Trevisani nel Mondo e di cui risulta il fondatore storico. Con onore e gloria a Scalabrini, per il cui esimio personaggio celebrerà, nel 2004 e sempre nella chiesa di S.Agnese, il Centenario dalla Morte.   

 Riccardo Masini

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