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Una Testimonanza

Sulla scia della Giornata della memoria

ECCO UNA AGGHIACCIANTE TESTIMONIANZA

Sei stato bravo a nominate tanti posti e tante persone, ma di Auschwitz neanche una parola “ E’ stato con queste parole che, Rino Mazzochel di Selva del Montello, mi ha apostrofato qualche anno fa a margine di un convegno sull’emigrazione appena concluso. Rimasi esterrefatto, ma l’approccio spontaneo di questa persona mi colpì e mi incuriosì. – Cosa c’entra quel posto terribile? Siediti e racconta – “ C’entra, eccome. E’ stata una emigrazione, anche se non ci sono andato di mia volontà, ma mi hanno portato ed è stato terribile. Come dici tu. Lì mi sono trovato a dieci passi dalla morte, a due  passi dai forni crematorie e non ho capito ancora bene quale sia stato il miracolo che mi ha salvato. Dio, che esperienza….”  -Vengo a trovarti, mi racconterai meglio-

 E così è stato, anche perché da allora ci siamo conosciuti e ho potuto godere della confidenziale familiare personale e della sua cucina, dove ha ripreso e finito il racconto, cominciando dal principio.

“ Era il 2 novembre del 1943 e mi trovavo con altri soldati alla caserma Salsa di Treviso. Non sapevamo che fare e in questo brutto giorno della mia vita, sono arrivati i tedeschi che ci hanno presi tutti. Avevo 19 anni ed erano 19 giorni che mi trovavo lì. “ - Non potevate scappare ?- “ Te la immagini una cosa del genere con tutti quei mitra puntati “ - E, allora ?- “ Fummo caricati nei carri bestiame che ci portavano verso la Russia, poi abbiamo capito meglio di cosa si trattava ..” – Cosa mangiavate? - “ Aria” - E i vostri bisogni ?-“ Sul vagone. Mi vergogno a dirlo, ma mi servivo del cappello “ -  Ti sei reso conto, all’arrivo ? - “ Si. Quando abbiamo visto la moltitudine di ebrei scheletrici che stavano dall’altra parte del treno “.

 Rimasi come folgorato da descrizioni tanto disumane quanto vere. Lo lasciai andare a ruota  libera.

“ Si lavorava duro dalle sei del mattino alle sei di sera, di “ pico e bail”, per pasto ci consegnavano un pezzo di pane nero con un po’ di margarina che doveva bastare tutta la giornata. Ero il bocia della compagnia, ma intuivo tante cose che mi hanno aiutato a superare.

Come quella volta, appena arrivati, che ci hanno buttato là due bidoni di brodaglia bollente; sapevo di cose simili accadute nella prima guerra, la gente si buttava e veniva pressata e schiacciata dentro dagli altri, con spaventose scottature, se non morti annegati. Ne ho portati via tanti, con la pelle che si levava dalla scottature o in fin di vita.

Ero giovane e la fame mi divorava, arrivai a pesare 33 chili, uno scheletro vivente. Un giorno non ero capace di stare in piedi e mi sono accasciato piangendo e invocando la mamma, perché implorasse “ quel che sta a Padova “ ( Sant’Antonio) di aiutarmi. E così è stato, perché ho trovato un tedesco buono che (caso rarissimo) mi ha fatto ricoverare in infermeria e là si mangiava meglio. Ma non è stata questa la sola volta che “ quel de Padova” mi ha dato una mano. Un giorno ci portarono in uno stanzone del campo, molto vicino a degli alti camini dove usciva del fumo che pensavamo fosse per alimentare le docce che vedevamo appena dietro la porta della stanza successiva. Ci avevano tagliato i capelli e ci avevano denudati. Fummo persino contenti perchè di lavarci un bisogno indescrivibile la morte e due passi dai forni crematorie non ho capito ancora bene quale sia stato il miracolo che mi ha salvato. Dio, che esperienza….”

Fummo persino contenti perché di lavarci un bisogno indescrivibile, ci grattavamo sempre dal putridume che avevamo addosso e mi ero appena accordato con altro mio prigioniero, per lavarci vicendevolmente la schiena, improvvisamente irruppe un soldato che concitatamente ci ingiunse di rivestirci immediatamente e ci fece uscire. Lì per lì provai rabbia e pensai che neanche stavolta le cose erano andate per il verso giusto e, invece, era andata bene perché “ quello di Padova” ne sapeva una più di me e ci aveva messo ancora una volta la pezza giusta. Nessuno sapeva di cosa fumassero quei camini e di cosa ci sarebbe aspettato, nessuno sapeva che quella era l’anticamera dei forni crematori: qualche metro, pochi attimi, nessuno capiva che saremmo stati asfissiati proprio da quelle docce che ci avevano ridato un po’ di sorriso, nessuno capì il perché di questo dietro-front improvviso. Cominciammo a capirlo la notte

stessa che si avvicinava qualcosa di importante e che forse era stata la paura. Era di luna piena e sentivamo tanti spari che foravano anche le nostre baracche. Appena cessati uscii e mi imbattei subito in un russo che mi puntò l’arma. Tedesco? No, italiano!. Finalmente liberi, finalmente. E fu pazza gioia per tutti. Da quel momento non ci mancò niente, un capitano russo ci prese a benvolere e il mangiare abbondava per tutti. Troppo, perché quelli che non hanno saputo regolarsi sono scoppiate le budella….”

A questo punto si blocca un poco e la reciproca emozione si può tagliare. E racconta anche di un rocambolesco ritorno, fra ponti bombardati e ferrovie distrutte. Ma quanto sentito, ci basta e ne avanza. Dopo poco partì per l’Australia dove si stabilì dalle parti di Griffith, perché la patria indifferente non seppe nemmeno elargirgli un lavoro di sopravvivenza e vi rimase per 13 anni. Ora di anni ne ha 85 ed è assistito da una buona salute.

Nell’agosto del 2002, è tornato sul posto dell’orrore, ad Auschwitz, assieme ad una comitiva del paese. Improvvisamente, davanti ad una spettrale baracca, un urlo: ” E’ questa! “ Ed in tanti a piangere con lui. Ha rivisto anche i reticolati: “ Bastava andare a 20 centimetri e si rimaneva bruciati” e nel museo ha rabbrividito di fronte a tante altre e crudeli testimonianze. Persino…sette quintali di capelli “ E ho pensato, che, lì, c’erano sicuramente anche i miei.
Riccardo Masini


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